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In Italia se ne parla da poco ma il drifting nasce
nel corso degli anni 80 nel lontano oriente, Giappone per la precisione,
dove un gruppo di ragazzi si divertiva ad “intraversare” le auto in curva
piuttosto che cercare le traiettorie ideali e punti di corda. Si perché
drifting significa scivolare, sbandare quindi percorrere curve ma spesso anche rettilinei con l’auto in sbandata controllata e soprattutto a ruote fumanti. Nata come disciplina amatoriale e spesso praticata clandestinamente, nel corso degli anni la sua fama cresce così come le folle che si radunano per assistere
a questo nuova disciplina e con il crescere dell’interesse e dei praticanti, nascono i primi veri e propri campionati, inizialmente locali fino
a diventare uno sport di livello nazionale in Giappone, quando nel 2001 nasce la D1GP series. Lìesplosione e diffusione a livello mondiale la ha quando dei Giapponesi iniziano a sondare il mercato americano, trasformando il drifting in una disciplina seguita su vasta scala, ed arriva oltreoceano a livello professionale solo nel 2006, per la precisione in Inghilterra dove nasce una serie gemella del D1GP. Anche se a dir il vero eventi drifting erano già stati organizzati negli anni precedenti ancora non si aveva un vero campionato.
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Se in tutte le discipline automobiliste vince chi arriva primo al traguardo o chi chi percorre il percorso nel minor tempo possibile, nel drift il concetto cambia radicalmente.
Qui la vittoria viene decretata da diverse valutazioni, come l’angolo di percorrenza della curva la velocità di ingresso in curva, le distanze dai punti di corda e dai cordoli, insomma è una giuria che decreta il punteggio non il cronometro.
Le tecniche di pratica sono differenti e soprattutto dettate dalla tipologia di auto che si utilizza, le più diffuse sono le auto a trazione posteriore, ma non mancano le integrali e qualche sporadica trazione anteriore, in base a queste impostazioni ogni pilota utilizza una sua tecnica per intraversare l’auto
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